ETTORE RUGGIERI

Ann.Ital.Chir 1990;Vol. 61/4 – pag. 449-451
Introduzione di Francesco Mazzeo
Rievocazione di Giuseppe Zannini

INTRODUZIONE: II Professor ETTORE RUGGIERI, nato il 5-8-1901 a Belforte sul Chienti, laureato a 23 anni, con lode a Roma, fu allievo del Prof. Raffaele Paolucci, prima a Parma, poi a Bologna ed infine a Roma, e con lui visse un momento di grande evoluzione nelle scienze chirurgiche.
A soli 34 anni diresse la Clinica Chirurgica di Bologna e successivamente quella di Roma, in assenza del suo maestro, impegnato come volontario in guerra. Nel 1949 fu chiamato a coprire la Cattedra di Patologia Chirurgica nella Facoltà Medica di Napoli e nel 1955 passò in Clinica Chirurgica.
La sua pratica coincise con lo sviluppo in questa città della chirurgia toracica e della cardiochirurgia. In questa ultima branca effettuò interventi a cuore aperto in ipotermia, fino ad allora mai praticati a Napoli.
Come aveva già fatto negli anni ’30, introducendo e rinnovando la Chirurgia Toracica al Forlanini di Roma, diede una enorme spinta a vari settori della chirurgia vascolare, dell’ipertensione portale, del sistema nervoso centrale e periferico; più tardi fu con Dogliotti e Valdoni promotore della autonomia della Anestesiologia.
Appassionato di arti figurative, di letteratura, di storia, si era formato una immensa cultura che traspariva subito nel suo conversare, ma SÌ esprimeva completamente negli scritti e nelle conferenze che toccavano i problemi più disparati. Fu anche autore di commedie e novelle, da arguto ed attento osservatore annotava episodi della vita di tutti i giorni.
Molti sono stati i suoi allievi che, in campo ospedaliere ed universitario, hanno raggiunto le mete più ambite.

 

RIEVOCAZIONE:Sono passati esattamente 47 anni da quando incontrai per la prima volta il Prof. Ruggieri o per meglio dire il Maggiore Medico di Marina in servizio a Messina nell’Ospedale Regina Margherita. Era una persona mite, molto gentile, usava un linguaggio pacato, sussurrato a mezza voce con una scelta ricercata dei vocaboli. Aveva una coscienza precisa della Sua cultura sia generale che tecnica nel settore medico e chirurgico. Era fiero del Suo grado e dell’Arma in cui era a poco entrato a fare parte, nella scia del Maestro, eroe famoso e celebrato. Ispirava a me, semplice aspirante neo-laureato, un profondo senso di autorità e di ammirazione.
Non avevo mai avuto occasione di incontrarlo in precedenza, anche se conoscevo benissimo il Suo nome per la notorietà ed i consensi ottenuti nel 1935 quando giovanissimo ebbe affidata la Clinica Chirurgica di Bologna allorché Paolucci andò in Africa Orientale. Io ero studente della Facoltà Medica di Modena ove il nome di Paolucci era notissimo e dove ben presto si diffusero i meriti e le affermazioni di questo suo giovane allievo. Occorre dire che l’epoca ed i luoghi erano molto favorevoli alla Università che attirava l’attenzione di ampi strati della popolazione che ne seguiva le vicende partecipando agli avvenimenti che la coinvolgevano ed orgogliosa dei nomi più illustri che onoravano le tante Sedi Emiliane. Raffaele Paolucci irradiava poi una fulgidissima luce di eroismo e di coraggio, enormemente potenziati dalla sua figura che emanava un indiscutibile fascino e trasfondeva al mondo medico e soprattutto chirurgico una indiscutibile fierezza, per cui le sue vicende si diffondevano immediatamente nell’ambiente con sapore di eccezionaiità che coinvolgeva tutti coloro che lo circondavano. Ruggieri, trentaquattrenne, che sembrava tra i più pacati, non era stato trasportato dall’impeto dell’avventura africana, era stato invece investito di un compito quanto mai arduo, ed eletto come custode di una Cattedra già celebre per i suoi trascorsi ed esposta ad una critica sempre molto acuta ed attenta. Furono queste le circostanze in cui maturarono le sue doti e si concretizzarono le sue capacità che si dimostrarono ben presto rilevantissime. La sua ottima preparazione culturale, la sua ferma volontà, il grandissimo impegno e la ricerca appassionata di una affermazione contribuirono al rapido conseguimento di un successo che venne decretato dalla base studentesca per diffondersi ben presto ai Colleghi ed ai Maestri della Facoltà ed al mondo medico cittadino.
Inoltre, questo fu il suo contributo al plauso ed ai riconoscimenti che già Paolucci aveva suscitato nella Città di Bologna ed in tutto il Paese. È certo che la Sua cultura e la Sua preparazione erano tali da favorire al massimo la considerazione che Egli si andava acquistando giorno dopo giorno nell’espletamento del Suo compito didattico, scientifico e chirurgico. Gli allievi soprattutto ricordano ancora oggi la chiarezza e la efficacia delle Sue lezioni, che Egli preparava con estrema cura ed affidava alla precisione ed alla razionalità del Suo eloquio.
Nel campo pratico, applicò, fedelmente gli insegnamenti del Maestro dal quale aveva assorbito la precisione della tecnica e le varietà delle sue applicazioni, oltre alla padronanza di se stesso ed alla fermezza dei Suoi gesti. Fu un suo grande merito di non farsi travolgere da questo successo e di non cedere mai alla presunzione ed alla superbia. Al rientro del Maestro seppe rientrare nei ranghi con la obbedienza e la devozione dovuta, soffuso tuttavia da quelle nubi di affermazioni che aveva saputo conseguire, e preteso verso un traguardo che era inevitabilmente destinato a raggiungere, sia pure dopo un periodo assai lungo di oltre 10 anni. La pazienza, la fiducia, la speranza gli agevolarono il compito. Ma la vera forza che lo sostenne fu l’entusiasmo e la attrazione per la chirurgia toracica che Paolucci aveva coraggiosamente iniziato fin dagli inizi di Parma e proseguiva con grande merito e meritato successo a Bologna. E il tempo delle suppurazioni polmonari sulle quali Ruggieri aveva riferito fin dal 1932 al Congresso della Società Italiana di Chirurgia. Ed è il campo in cui Ruggieri svolgerà prevalentemente i suoi studi e la sua attività. Va ricordato, fra gli altri, il Suo contributo al Volume di Paolucci sulla chirurgia della tubercolosi polmonare, ove Egli illustra i primi tentativi chirurgici nella cura della tbc polmonare, alla quale finirà per dedicarsi per svariati anni dopo il Suo trasferimento da Bologna a Roma nel 1938 quando Paolucci succedette ad Alessandri nella Direzione della Cllnica Chirurgica. Ciò che lo attira maggiormente non è soltanto il nuovo campo di applicazione della chirurgia, ma anche la possibilità di uno scambio culturale vivacissimo con competenze mediche diverse e con illustri cultori della tisiologia, quali primo fra tutti Eugenio Morelli. Egli vede l’occasione per sviluppare le sue conoscenze nella fisiopatologia dell’apparato respiratorio, attingendo alle conoscenze ed alle esperienze di chi aveva maggiormente contribuito allo studio della tubercolosi. In tale modo Egli non solo può arricchire la sua già vasta cultura nel settore della patologia toracica, ma può dare un contributo sostanziale alla ideazione di nuove tecniche. La Sua Opera «Indicazioni e limiti della chirurgia pleuro-polmonare» è un condensato della Sua esperienza ed un prezioso testo per chi segue questo nuovo indirizzo chirurgico, i cui cultori vanno diventando sempre più numerosi. In questa fase della Sua attività Egli assume una figura particolare che consente di definirlo come uno dei migliori cultori di questo campo che gli consente di allargare enormemente la Sua esperienza chirurgica. Chilometri di coste ho resecato, Egli ripete spesso quando esegue una toraco-plastica sempre con cura meticolosa e con vigile attenzione. Non per questo intende restringere il Suo campo di azione. Egli si è formato ad una Scuola di Chirurgia Generale e non intende rinunciare alla varietà che questa offre ed all’interesse polimorfo che questa suscita. L’impegno che Egli profonde nella ripetizione delle più svariate tecniche di chirurgia esercita su di Lui una indiscutibile attrazione. Ne da prova anche nel periodo della Sua attività bellica che io ho seguito giorno per giorno per oltre due anni. Il modo e la cura con cui Egli affrontava i feriti che presentavano ferite toracopolmonari può dirsi esemplare, e conserva tutt’ora un valore indiscusso. Lo rivedo come in un sogno lontano dedicarsi per ore ed ore nel tentativo di contenere le conseguenze ed i danni di ferite talora devastanti e ricordo la sua delusione quando, nonostante tutto, il successo non coronava la nostra opera. Era profondamente umano e non si è mai rassegnato agli orrori della guerra. La fine di questo drammatico periodo gli consentì di rifuggiarsi nella autentica chirurgia e, persistendo nel Suo indirizzo toracico, affrontò il problema delle exeresi polmonari. Raggiunto il traguardo della Cattedra nel 1949, prescelse per argomento della Sua prolusione nell’insediarsi nell’Istituto di Patologia Chirurgica di Napoli «Gli adattamenti e deficit cardiaci nella chirurgia demolitiva del polmone». Fu un autentico successo che diede ulteriore prova delle Sue doti di ricercatore, di fisiopatologo, e di efficacissimo oratore. E da quel momento iniziò la Sua vera opera di Maestro. Uno stuolo di assistenti, vecchi e nuovi, lo accolsero con entusiasmo e diede inizio ad una intensa attività di tipo scientifico e clinico. Furono anni che videro tutto O gruppo impegnato in una copiosa attività e che cementarono sempre più la unione e l’affiatamento con il Maestro. È di quegli anni il Suo studio sulle sindromi paraneoplastiche ed in ispecie «La sindrome di Pierre Marie: manifestazioni iniziali di cancro polmonare», dove Egli mette in evidenza il significato della artromialgia nella diagnosi precoce dei tumori del polmone. Svolge parallelamente una intensa attività di conferenziere che gli consente di esteriorizzare il Suo pensiero su aspetti morali e sociali del più grande rilievo. Ne è la dimostrazione la raccolta di scritti pubblicata oggi dai Suoi Allievi che hanno recepito il Suo messaggio e desiderano diffonderne la conoscenza. E la affermazione di principi che Egli ha seguito per tutta la Sua vita di chirurgo, ispirato alla comprensione, alla pazienza, ed alla bontà che egli riteneva necessarie nel contatto con il malato. E la ricerca di motivazioni materiali e morali che ispirano l’opera del chirurgo la cui azione è permeata dalla morale ed il cui significato trascende la sua opera materiale e la cui essenza è soffusa di pietà, di carità e di solidarietà umana.
È una indagine acuta introspettiva che trae spunto dalla Sua attività ispirata al controllo della ragione e contenuta dalla coscienza» che lo spinge costantemente alla ricerca del meglio come unica possibilità di portare sollievo alle altrui sofferente.
Nel frattempo segue nuove proiezioni, ed un campo che lo attrae è Ìl trattamento della cirrosi epatica e della legatore dolici arteria epatica. La scelta è sempre consona con le Sue preferenze per l’indagine fisiopatologica e ne da una prova mirabile nella Relazione al 56° Congresso della Società Italiana di Chirurgia. Studia il problema e quando lo analizza nei suoi molteplici aspetti, si convince della razionalità della imposizione, lo trasferisce nella pratica cllnica e lo difende di fronte alle critiche sollevate da più parti. Il Suo grande merito anche in questa occasione è di non rendersene schiavo e di sapere contenere nei giusti limiti i termini del problema. Il Suo entusiasmo però non ne esce mortificato o sminuito.
Egli sa troppo bene come nella ricerca esiste comunque una flessibilità e che i fatti debbono sempre confrontarsi con la teoria.
Ciò che importa è la serietà degli intenti e la capacità di moderarli in rapporto alla realtà clinica. Vi è un altro problema che lo attirava ed è la rivascolarizzazione del cuore. E il momento della legatura bilaterale dell’arteria mammaria interna che viene portata alla ribalta del III Congresso Nazionale di Chirurgia Toracica a Taormina. Oggi si può dire che questa era una intenzione piuttosto che una realtà. Ma non vi è dubbio che nel Suo animo è stato l’avvio alle prime realizzazioni nella chirurgia del cuore. Il campo era ormai aperto ed Egli non poteva sentirsene escluso. Ci stimolò in mille modi, con quella insistenza che gli era propria, fino a che non raggiunse una organizzazione che gli consentiva di realizzare anche questo piano. Nello stesso tempo coprì la carica di Presidente della Società Italiana di Chirurgia Toracica (1958) Presidente della Società Italiana di Chirurgia (1963-64) Direttore della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Toracica e di quella in Chirurgia Generale. La Università di Tolosa gli conferì la laurea Honoris Causa.
Questi che io ho ricordato sono gli spunti estratti dalla vita di un Uomo al quale io mi sento particolarmente legato. Non solo come è naturale dovere di un allievo rispetto al Maestro, ma anche perché le vicende vissute insieme sono tali e tante da intrecciarsi fra loro in modo indissociabile così da costituire un legame saldissimo intessuto di stima, di devozione, di affetto, di ricordi, di sensazioni ed anche di abitudini. In realtà il Prof . Ruggieri è stato per me qualche cosa di più e di diverso di un Maestro. E stato una guida, un riferimento, un esempio, un incitamento continuo, una certezza. La forza che io traevo da Lui era fondata sulla considerazione che Egli dimostrava per me. E vi era fra noi una certa reciprocità che emergeva in più occasioni e che ognuno di noi accettava come una espressione di amicizia, di affetto e di stima. Probabilmente i nostri caratteri si integravano, certamente vi era nei nostri rapporti una grande spontaneità e questi li rendeva semplici e lineari. Certamente io ho ricevuto da Lui infinitamente di più di quanto io non abbia saputo dargli. Anche perché Egli sapeva dare con buona calcolata misura e con semplicità anche quando era conscio della Sua superiorità. Difficilmente veniva meno a questa linea che Egli aveva prescelto come metodo di vita. Era soddisfatto ed orgoglioso della posizione raggiunta, anche perché aveva una concezione altissima della Università. In definitiva si può dire che era un Uomo soddisfatto di sé e di quello che faceva con tanto merito e tanta dignità. La Sua scelta di vita e le Sue preferenze per l’Arte, la oratoria, le montagne gli davano soddisfazione e vi si dedicava con autentico piacere. Ne parlava con gioia e ne rendeva partecipi tutti coloro che lo ascoltavano, ed Egli amava moltissimo farsi ascoltare. Tantissime altre cose si potrebbero dire di Lui, per rendere la Sua immagine più viva e più vera, ma per molte di queste non è facile trovare le parole, mentre vivissime sono le sensazioni che Egli ha saputo suscitare in chi lo seguiva e lo ricorda oggi con il più grande piacere. Vogliate scusare se io non sono riuscito nell’intento che mi ero prefisso. Sono certo che molti comprenderanno che non si è trattato soltanto del ricordo appassionato e devoto del Maestro, ma anche della rievocazione di gran parte della Sua vita, almeno di quella parte che ho avuto la fortuna di dividere con Lui. A tutti noi Egli ha dato un esempio che abbiamo cercato di seguire per quanto possibile, e che oggi noi affidiamo ai giovani perché possano anch’essi ispirarsi a concetti ed a fatti che potranno illuminare ed indirizzare il loro cammino.